mercoledì 7 ottobre 2015

LE SANTE VITTORIA, ANATOLIA E CRISTINA NEI MOSAICI DI S.APOLLINARE NUOVO

La "Teoria" delle Vergini


Lo storico del ravennate, vescovo Agnello, nel descrivere i mosaici di Sant'Apollinare Nuovo così si espresse: "Inoltre il beatissimo pontefice Agnello in questa città riconciliò la chiesa di S. Martino, fondata da Teodorico e chiamata "in Ciel d'oro", e decorò di mosaici il catino dell'abside e le due pareti con immagini di Martiri e di Vergini che incedono... Dalla città di Ravenna escono i Martiri - dalla parte degli uomini - mentre da Classe procedono le Vergini verso la Vergine delle Vergini, ed innanzi a loro i Re Magi offrono i loro doni."


 
































                                                  


 
Oggetto del nostro articolo sono i mosaici della zona inferiore della parete sinistra: il porto e la città di Classe con due torri da faro, quindi la "Teoria" di ventidue Vergini, preceduta dai Re Magi recanti doni al Bambin Gesù, tenuto in grembo dalla Madonna, assisa tra quattro Angeli. 
Storici e critici d'arte sono concordi nell'affermare che i mosaici raffiguranti la città di Classe e l'immagine della Vergine contornata da Angeli, posti alle due estremità della parete, furono compiuti entro l'anno 526, anno della morte di Teodorico... E' anche opinione corrente tra i medesimi critici e storici dell'arte che, - passando la chiesa dal culto ariano a quello cattolico per ordine del vescono Agnello nel periodo compreso tra l'anno 556 e l'anno569 - le due processioni dei Martiri e delle Vergini furono eseguite in sostituzione di altri mosaici sottostanti, come ne darebbero prova e testimonianza alcune figurazioni rimaste....  La "Teoria" delle Vergini, più variata di quella dei Martiri, è di insuperabile effetto scenografico. Avvolte nei pepli ed in manti trapunti d'oro e riccamente ornati, fulgenti di preziose gemme, cinte le chiome dal diadema, le Vergini, circonfuse  dall'aureola della santità, recano la corona fra le mani e procedono, frapposte a palme, sopra un terreno fiorito di gigli e rose. Segno del loro martirio sono le vesti bianche che indossano, antichissimo simbolo preconizzato da Giovanni nell'Apocalisse. Ecco i nomi che appaiono sui mosaici, da sinistra verso destra: Eugenia, Savina, Cristina, Anatolia, Vittoria, Paolina, Emerenziana, Daria, Anastasia, Giustina, Felicita, Perpetua, Vincenza, Valeria, Crispina, Lucia, Cecilia, Eulalia, Agnese, Agata, Pelagia, Eufemia.
 Le "Teorie" dei Martiri e delle Vergini procedono verso il trono di Dio partendo gli uni da Ravenna e le altre da Classe, che sono i due centri geografici e storici della Chiesa di Sant'Apollinare, disposti quindi gli uni a destra e le altre a sinistra come era uso per gli uomini e le donne, in quel tempo nelle chiese di Ravenna.
Tutte le Sante nominate nel "Canone Ambrosiano", ad eccesione di Tecla, sono raffigurate nella "Teoria" ravennate; sono undici ed occupano, in prevalenza, i posti di maggior onore. Ma le altre undici secondo quale criterio vi sono state incluse? Molte di queste (tra cui Vittoria) in quel tempo, in Ravenna, non erano né celebri né celebrate. Forse la soluzione sta nell'uso di quel tempo, di divulgare quell'insieme di racconti agiografici romanzati, scritti a scopo didattico, comunemente chiamati "Passiones". Questa ipotesi, se da un lato potrebbe spiegare l'inclusione di Vittoria e di Anatolia, perché era già in divulgazione il racconto della loro "Passione", dall'altro non giustifica la presenza di Cristina, poiché la sua "Passione", quella a noi nota, non è anteriore al secolo IX.
Certamente le due "Teorie" di Sant'Apollinare Nuovo non seguono nessun ordine geografico, cronologico o altro, per cui ad oggi non è ancora stato possibile dare una credibile risposta.
(Tratto da "Supplemento al CULTO DI S. VITTORIA", Giuseppe Crocetti, 1998)

giovedì 16 luglio 2015

concittadini famosi:
Ferruccio Corradino Squarcia


Nacque a Santa Vittoria in Matenano, piccolo comune a nord della città di Ascoli Piceno. Figlio di Giuseppe Secondo Squarcia, giornalista professionista, redattore del Il Giornale d'Italia e direttore del “Giornale di Ascoli” e della “Contessa della Sibilla”, cresce fin dalla tenera età nel capoluogo ascolano, frequentando il liceo classico “Francesco Stabili”.

Sportivo, praticante del gioco del calcio, ricoprì il ruolo di terzino indossando la maglia dell’Ascoli. Conclusa la carriera agonistica rimase ancora nel sodalizio bianconero come dirigente, affiancando la passione per il calcio a quella di giornalismo, divenendo corrispondente del quotidiano sportivo Il Littorale.

Dopo la metà degli anni trenta, partì volontario per la Guerra civile spagnola, partecipando a vari combattimenti. Squarcia era un ufficiale di complemento, del 225º Reggimento di Fanteria e nella guerra in Spagna si distinse anche per l’attività di giornalista divendo un corrispondente di guerra. I suoi articoli comparvero anche su Il Popolo d'Italia. 
Rimase ferito il giorno di Natale del 1938 nei pressi di Barcellona ad una mano, ma nonostante ciò rimase a combattere. Per la sua tenacia e il suo coraggio ricevette la Medaglia d'argento al valor militare. Il giorno dopo ritornò in prima linea insieme al suo plotone, rinunciando completamente alla convalescenza. Ma la scelta gli costò la vita. Fu colpito al petto dal soldato nemico, ma non volle ancora una volta abbandonare la trincea, rimanendo vicino ai suoi soldati, guidandoli nella difficile battaglia. Ma le difficili condizioni non gli diedero scampo e il Tenente Squarcia trovò la morte la sera del 27 dicembre 1938. Fu decorato Medaglia d'oro al valor militare.
Riposa nel Sacrario dei caduti italiani nella Torre-cimitero di Saragozza. Al suo fianco un altro concittadino ascolano Mario De Bernardis, morte anche lui nella guerra di Spagna.
A lui è intitolato il secondo stadio della città di Ascoli, impianto che ospita principalmente il torneo cavalleresco della Quintana, rievocazione storica medioevale. All'ingresso, è posizionata la targa in travertino con il suo nome. Sotto di essa, nel 2015, dei giovani volontari hanno realizzato una pittura murale rappresentando il volto dello Squarcia, con una immagine nera su sfondo bianco e più in basso i colori della bandiera italiana. Sempre nello stesso anno, una grande bandiera con la stessa immagine compare nel settore dei sostenitori dell'Ascoli.
(da Wikipedia)
concittadini famosi:
Pier Carlo Landucci

Pier Carlo Landucci (Santa Vittoria in Matenano, 1 dicembre 1900 – Roma 28 maggio 1986) è stato un presbitero e teologo italiano della Chiesa Cattolica di cui è in corso il processo di beatificazione.
Laureato in ingegneria edile a ventidue anni all'Università La Sapienza di Roma, dopo il servizio militare nel Genio dell'Esercito Italiano, comincia ad insegnare topografia e matematica a Cagliari.
Nel frattempo verifica la vocazione al sacerdozio con il gesuita p. Agostino Garagnani e nel 1926 entra nel Seminario Romano. Il 25 maggio 1929 è ordinato sacerdote; l'anno successivo consegue la laurea in filosofia e teologia.
Nel 1932 comincia ad insegnare filosofia presso la Pontificia Università Lateranense. Sarà Rettore dello stesso Pontificio Seminario Romano che aveva frequentato per la preparazione al sacerdozio, avendo tra i suoi allievi il futuro cardinale Pietro Palazzini (che nel 1990 ne pubblicò una biografia) ed il servo di Dio Bruno Marchesini (di cui è tuttora in corso il processo di beatificazione); nel 1942 sarà costretto a lasciare l'incarico per incomprensioni con l'altro rettore (mons. Roberto Ronca, che pure era ingegnere ed aveva studiato con lui alla Sapienza). Sarà anche canonico capo della Basilica di San Giovanni in Laterano e nominato perito al Concilio Vaticano II.
Dagli anni quaranta si dedicherà di più a studi e pubblicazioni, mai tralasciando il compito di confessore e di predicazione degli esercizi spirituali. Nel 1973 papa Paolo VI citò in diverse udienze generali uno dei suoi libri di apologetica più noti (Prima che Abramo fosse, Io sono. Il Dio in cui crediamo).
Muore nel 1986 in fama di santità; nel 2002 il cardinale Camillo Ruini ne apre il processo di beatificazione.
È sepolto nella chiesa parrocchiale san Giovanni Battista de' Rossi, in Roma.
(da Wikipedia)

martedì 2 giugno 2015

NOTE INTORNO AL CULTO DI S. VITTORIA

tratto da "SANTA VITTORIA ASTRO DELLO STATO FARFENSE" - Giovanni Settimi

Non ci è dato di assegnare l'anno in cui l'Ufficio della nostra Santa, prima ristretto al Monastero di Santa Vittoria, sia poi passato a tutta la Diocesi Fermana. Abbiamo però documenti per determinare l'epoca di tal fatto: e l'epoca corrisponde precisamente col periodo di massimo splendore del nostro monastero.
Infatti il Catalani nel "De Ecclesia Firmana", alla diatriba quinta, pone due calendari dell'antica Chiesa Fermana: il primo del secolo XIII, e il secondo del secolo XV. Ora, mentre nel primo non si fa menzione di Santa Vittoria, viene invece ricordata nel secondo al 23 dicembre.
In questo spazio di tempo si era ormai formata la "Diocesis Nulliius" farfense, con Vicarìa a S. Vittoria per tutti i diritti al di qua dell'Appennino: Diocesi ufficialmente riconosciuta dal Romano Pontefice nel 1261. Non solo, ma anche civilmente le esenzioni, i privilegi accordati da imperatori e Pontefici a Farfa e a S. Vittoria, avevano creato quello "Stato intermedio" che tanta importanza ebbe appunto nei secoli XIV e XV e che prese il nome di "Presidato Farfense". (...)  E' il periodo aureo del Matenano: ed è proprio in quest'epoca che nel Calendario Fermano entrano non solo S. Vittoria, ma S. Venanzo, S. Fortunato, S. Costanzo, S. Massimo, S. Palaziata, S. Amico, S. Cataldo, S. Antimo, S. Basso, S. Margherita, S. Proculo, e forse anche altri, già venerati a Farfa e con chiese ed altari nel fermano, dipendenti da Farfa, e direttamente da S. Vittoria.
L'Ufficio proprio di S. Vittoria rimase nella Diocesi Fermana fino al 1631, quando Urbano VIII diede mano alla riforma del Breviario, e la S. Congregazione dei Riti restrinse il culto dei Santi non notati nel Calendario Romano alle sole chiese parrocchiali o abbaziali che ne portassero il titolo o ne conservassero Reliquie insigni.
Fu nuovamente concesso a tutta l'Archidiocesi con bolla 17 e 20 settembre 1784 da Pio VI, dietro domanda dell'Arcivescovo Minnucci.

martedì 23 dicembre 2014

Il 23 dicembre ricordiamo il martirio della nostra Patrona S.Vittoria v.m. romana.
Vorrei ricordarla raccontando due "segni" della devozione dei cittadini, due segni che rappresentano soprattutto una tradizione che putroppo negli anni si è affievolita fino quasi a perdersi nei ricordi di qualche anziano.
Il primo segno racconta che le mamme di S. Vittoria in Matenano, momentaneamente prive o scarseggianti del latte necessario alimento per i loro teneri infanti, dopo aver elemosinato il pane nelle case del vicinato e raccolto varie erbe nei campi, si sedevano presso la Fonte di S. Vittoria, detta anche “Fonte del Latte”, consumavano il frugale pasto e si dissetavano con quell’acqua, invocandone protezione e soccorso nel loro particolare bisogno.
Tante e tante mamme hanno affermato e testimoniato di aver, in tal modo, recuperato il dono del latte. L’origine di questa sorgente si fa risalire all'anno 934 al tempo cioè, della traslazione del Corpo di S. Vittoria dalla Sabina al Matenano.  Purtroppo le condizioni attuali della Fonte sono disperate, lo stato di totale abbandono del sito sta mettendo in serio pericolo di disfaciemnto l'intera struttura.



Il secondo segno è visibile a chi sosta presso il sarcofago, sito nella cripta del Santuario di S. Vittoria in Matenano.  Il sarcofago contenente alcuni resti del Corpo della Santa Martire, infatti, riporta nel basamento una gran quantità di perforazioni coniche, irregolarmente scavate nella pietra. Sono state prodotte con temperini per prelevarne polveri, da usare, come segno benefico, nel chiedere la guarigione da alcune malattie. Nel 1475, per testamento della signora Donnetta Vanni, si costituì un legato affinché nelle due feste di S. Vittoria (23 dicembre e 20 giugno) si dispensasse ai devoti un bicchier di vino benedetto con l’infusione delle polveri, rase dall’Arca della Santa. Tale tradizione è andata avanti fino agli inizi del secolo scorso.




giovedì 16 ottobre 2014

Il lusso estremo della corte angioina in mostra: quando Napoli era capitale dEuropa.  Il Museo del Tesoro di San Gennaro ospita la mostra:
"Ori, argenti, gemme e smalti della Napoli Angioina 1266-1381"

E' iniziata il 12ottobre e andrà avanti fino al 31 dicembre 2014, una eccezionale mostra presso il Museo del Tesoro di San Gennaro a Napoli. Lo sfarzo della corte angioina riunita in una esposizione unica, dal titolo "Ori, Argenti, Gemme e Smalti della Napoli Angioina 1266 – 1381".  La mostra riunisce per la prima volta al mondo gli oggetti di valore, sacri e profani, realizzati durante l'epoca angioina. Oggetti di lusso estremo commissionati dai Re per le loro consorti: gioielli, coppe, sigilli. Gli oggetti sacri come mitre, pastorali, reliquiari.

 I visitatori potranno ammirare la croce gigliata donata da Carlo II alla Basilica di San Nicola di Bari. Le mitre di Scala e Amalfi, adornate di perle e smalti. I pastorali di Atri e Sorrento, la capsula in oro a forma di foglia di vite, realizzata come bomboniera per le nozze di Filippo di Taranto e Tamara di Epiro: custoditi nel museo di Cividale. I sigilli dei Re di Napoli; i reliquiari di Santo Stefano e San Ludovico, provenienti da Capri e il Louvre, opera degli orafi toscani Pietro di Simone e Lando di Pietro. Dulcis in fundo (udite, udite!!) la croce stazionale di Santa Vittoria in Matenano.

 

mercoledì 15 ottobre 2014

Da grande appassionato, questo si, non certamente "studioso" come mi hanno definito, della storia legata al mio territorio, mi emoziono ogni qualvolta noto un vero interesse nei confronti del nostro paese e della Santa Patrona. Per cui sono felice di aver dato il mio piccolo e modesto contributo alla buona riuscita dell'escursione a Santa Vittoria in Matenano di Domenica scorsa 12 ottobre. 
Una splendida iniziativa quella dell'Associazione Culturale "Antichi Sentieri-Nuovi Cammini"; un progetto dal titolo “Tracce della nostra storia-Itinerario dei Benedettini/Farfensi” che li sta portando alla riscoperta della storia e delle tradizioni locali e ad apprezzarne i veri valori culturali, artistici, religiosi ed economici. Un "in bocca al lupo" per la vostra attività ed un ringraziamento al presidente Adolfo Leoni e agli altri amici.

venerdì 20 giugno 2014


20 GIUGNO...

Si, lo so che non c'è bisogno di scrivere niente... che è stato già detto tutto perché non c'è Santavittoriese vero che non conosca l'importanza di questa data!!
Ma lo scopo di questo mio modesto blog è anche quello di far conoscere la nostra storia a tutti coloro che non sono Matenani DOC!!! Ma che magari in un modo o nell'altro hanno un qualche interesse per la nostra storia.

COSA FESTEGGIAMO IL 20 GIUGNO ?
I predoni saraceni che con le loro scorrerie infestavano la Sabina sin dal febbraio 877, si spinsero fino a Roma e assediarono l'Imperiale Abbazia di Fara, tra le più potenti e ricche d'Italia. Tanto splendore e magnificenza e la speranza d’un facile bottino lusingarono l’ingordigia dei saraceni, che tentarono più volte di assalire il monastero. Ma Pietro I, che era stato posto al governo dell'Abbazia da alcuni mesi, raccolto l’esercito li tenne a bada per parecchi anni, finché, stretto sempre più all’intorno, dové sottrarsi all’eccidio con la ritirata. Divisi dunque i monaci in tre gruppi, fece altrettante parti del tesoro farfensi, ed una ne assicurò a Roma, un’altra a Rieti, la terza, con tutte le carte e i codici dell’archivio, tenne presso di sé, quando successivamente si ritrasse nel monastero di sant’Ippolito indi in quello di san Giovanni in Selva, nel Comitato Fermano. Prima d’abbandonare definitivamente Farfa, volle però tentare con le milizie l’ultima prova, e sotterrato tutto il mobilio prezioso, perché non poteva essere facilmente trasportato, resistette ancora per qualche tempo finché verso i primi mesi del 898 gli Infedeli penetrarono vincitori nella deserta Badia.
Non tardarono ad arrivare voci di scorrerie arabe anche al di qua dei monti, per cui l’abate Pietro, convocati i monaci, i vassalli, gli enfiteuti, i lavoratori della terra, decide di costruire un torrione-oratorio sul Matenano a difesa delle scorrerie saracene…. Il torrione-castello-oratorio di Pietro, rimase in piedi fino al 1771. A questo oratorio diede il titolo di S. Maria in ricordo della splendida abbazia di S. Maria Savinese abbandonata sul colle Acuziano.
Il castello sul Matenano, per quanto sorto sotto l’urgenza di organizzare una difesa dei monaci Farfensi del Fermano contro gli attacchi dei Saraceni, si caratterizzò poi sempre più, nel corso del secolo X, come centro di coordinamento dei possessi fondiari dell’abbazia nella regione; come risposta, dunque, ad una esigenza di accentramento su larga scala di determinate funzioni amministrative.
Risulta dalle fonti documentarie che le entrature affluissero a Santa Vittoria da un’ampia area della marca fermana, ivi comprese alcune zone del comitato Aprutino (allora facente parte della marca stessa). Il primo ciclo di entrature dovette servire a finanziare le opere di fortificazione sul Matenano nonché la costruzione della chiesa abbaziale di S. Vittoria.
Nel 915 i duchi di Napoli e di Gaeta stretti in lega con papa Giovanni X e con Alberico duca di Spoleto, sulle rive del fiume Garigliano distrussero l’esercito saraceno, che finalmente snidò d’Italia. Lassù a Santa Vittoria era ancora in vita Pietro I, il cui cuore sussultò di gioia all’annunzio di quel trionfo; l’incertezza tuttavia della cosa pubblica lo distolse dall’affrettare per allora il ritorno all’antico nido, che invece doveva essere l’opera del successore. L'abate Pietro infatti, dopo circa trent'anni di glorioso governo, muore nel 919 sul Matenano, nel castello da lui fatto costruire e sepolto dell'oratorio di S. Maria.
Nel 929 viene eletto abate Ratfredo, definito nei testi storici “vis nobili” in quanto parente di re Ugo di Borgogna. Appare come organizzatore capace e pratico; i documenti lo dicono versato più nei negozi secolari che non nella scienza di Dio, e quasi sicuramente non era nemmeno monaco. Fu lui che nel 932, radunate cento famiglie marchigiane, tornò nella Sabina, e cominciò a rifabbricare l’antico già distrutto monastero Farfense. E in glorioso compenso della perdita che faceva il luogo fabbricato per la sicurezza dei monaci nella vetta del Monte Matenano della residenza degli abati Farfensi, vi trasferì il corpo di Santa Vittoria V. e M. e colmò quel luogo di beneficenze e di privilegi. Una serie di circostanze avevano creato un secondo baluardo farfense al di qua degli Appennini. L'invasione dei saraceni aveva anche dimostrato la grande utilità che Farfa poteva ripromettersi da una seconda sede ugualmente munita e ricca coma la prima. Prima che nell'animo dei suoi svanisse la nostalgia nata dal soggiorno sul Matenano, pose mano alla colossale costruzione d'un vasto monastero, dove Pietro aveva eretto il suo primo maniero. E perché la potenza politica non gli facesse perder di vista anche l’ascendente religioso che il Monastero esercitava sul cuore dei popoli, dispose che il nuovo edificio badiale fosse ad un tempo la barriera inespugnabile dello stato farfense nel Piceno, e una specie di santuario venerato dalle turbe dei devoti: un vero focolare di liete idealità religiose per tutta la contrada picena.
Dopo circa due anni di duro lavoro, un corteo di monaci, milizie e di popolo, affrontarono il viaggio di ritorno verso il Matenano, portando con loro le sante reliquie della Vergine Romana Vittoria. Era il 20 giugno del 934 quando il corteo giunse in cima all'Oratorio farfense e il Corpo di S.Vittoria venne deposto nella Cripta.

martedì 27 maggio 2014

concittadini famosi:
VINCENZO TACCARI

Vincenzo Taccari aveva un pedigree politico e patriottico di tutto rispetto. (...) Nato a S. Vittoria in Matenano il 1° settembre 1816, frequentò dapprima il "corso filosifico" a Fermo e si iscrisse poi alla facoltà di Giurisprudenza di Macerata dove si laureò il 28 luglio 1841; esercitò la professione legale, venedo nominato il 25 aprile 1845 procuratore esercente e l'11 gennaio 1851 avvocato del Tribunale di appello per le province di Macerata, Ancona, Pesaro-Urbino, Fermo, Ascoli e Camerino, senza aver superato l'esame, "attese le eminenti prove di distinto giureconsulto" che aveva in precedenza offerto; cooperò inoltre all'Ufficio di avvocatura fiscale retto da Luigi Pianesi. Contemporaneamente, entrò nella Giovine Italia e partecipò attivamente all'attività cospirativa; combatté nella prima guerra di indipendenza e fu tra i membri del Circolo Popolare di Macerata, avendo diversi colloqui con Garibaldi durante la sua permanenza maceratese e sostenendo, sotto la Repubblica Romana, il preside Dionisio Zannini nella gestione degli affari pubblici e nella repressione del brigantaggio nell'Ascolano; inoltre venne nominato, nel maggio 1849, governatore provvisorio di Fabriano, ma i tentativi del suo amico Luigi Pianesi, deputato alla Costituente, di procurargli "una nomina stabile" furono stoppati dal precipitare degli eventi.
Caduta la Repubblica, venne attentamente sorvegliato dalla polizia e il 17 aprile 1851 il delegato Camillo Amici gli negò il passaporto per raggiungere Ancona dove era stato chiamato da affari legali. Nel giungo 1853, essendo stato Taccari arrestato dai carabinieri pontifici per aver partecipato alla trama mazziniana di quell'anno e sottoposto con altri sette individui a "criminale procedura" davanti all'Uditorato militare austriaco, il delegato Amici inoltrò richiesta per meglio conoscere le qualità "sotto ogni rapporto" dei carcerati e soprattutto il ruolo da essi svolto "all'epoca della spenta anarchia".
Dalla scheda su Taccari si viene a sapere che vi era il nulla osta per quanto riguardava la "condotta religiosa e morale", mentre in relazione alla "condotta politica" si notava: "Appartenne al Circolo popolare in qualità di Consigliere e come tale sottoscrisse molte stampe democratiche pubblicate dal sud. Circolo: fu fautore della Repubblica: fu sempre ritenuto da questa polizia per un settario e come tale veniva sorvegliato, poché conoscevasi che la setta faceva molto conto di lui, sebbene mantenesse nell'isterno un contegno riservato.
Che il personaggio fosse particolarmente abile a mantenere segreta la sua attività politica lo conferma una relazione dell'autorità di S.Vittoria in Matenano che segnalava come Taccari, durante il periodo di permanenza nella località natale, avesse mantenuto una condotta "sempre scevra da qualunque rimarco. Processato per alto tradiemnto e condannato alla pena di morte da eseguirsi per impiccagione, con sentenza letta "con apparato militare" nel Lazzaretto di Ancona, si vide commutata la pena da Radetzky in due anni di carcere: durante la prigionia fu suo compagno di cella il patriota anconetano Antonio Giannelli che, coinvolto nel medesimo processo, gli affidò, prima di morire il 26 giugno 1855, i suoi ultimi pensieri da consegnare ai familiari.
Conclusa l'espiazione della prigionia nel carcere di Macerata nel 1856, pur sottoposto a precetto di polizia, tornò ad esercitare la professione forense, associandosi allo studio dell'amico Giulio Giuliozzi,  futuro biografo. Riprese presto a cospirare e la polizia cercò di seguire ogni suo movimento: così, sul finire dell'agosto 1856, non sfuggì ai gendarmi una sua gita a Monte San Giusto dove si recò per rivedere sua sorella Filomena, "maritata in Gasparrini maestro di scuola", che da molto tempo non vedeva, e trattare alcuni affari con i fratelli Panzoni, di cui era procuratore; ancora, ai primi di settembre, le autorità pontificie fermane richiesero il "recapito politico del causidico Taccari" alle omologhe maceratesi.
Ma gli sviluppi della situazione politica italiana portarono anche Taccari tra le file del liberalismo e della stessa Società Nazionale che adottarono la monarchia di Vittorio Emanuele II e la politica cavouriana come riferimento essenziale della successiva attività patriottica. E fu Valerio a insistere affinché Taccari lasciasse la professione per occuparsi della vicenda amministrativa maceratese.
(tratto da MACERATA E L'UNITA' D'ITALIA a cura di Marco Severini, 2010)