Il 23 dicembre scorso abbiamo ricordato, come ogni anno, la festa della nostra Santa Patrona Vittoria v.m.. Per tale occasione il giorno 22 domenica la Parrocchia Priorale ha organizzato una piccola festa che prevedeva tra l'altro l'allestimento di una Mostra dal titolo: S.VITTORIA: I SEGNI NEL TEMPO. Un piccolo lavoro organizzato a "quattro mani" dal sottoscritto e da Bernardo Tanucci, che ha riscosso però tantissimi apprezzamenti dalla cittadinaza e dall'amministrazione comunale ed ovviamente dal Parrocco. Un piccolo lavoro, che ha una sola pretesa: quella di essere il trampolino di lancio e la scintilla fautrice di nuove e sempre più importanti occasione di incontro storico-culturale nel nostro amatissimo paese.
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lunedì 27 gennaio 2014
venerdì 21 giugno 2013
Estratto da "PICENUM"
Tratto da “PICENUM” del poeta e
scrittore Francesco Panfilo
Al Matenano di è nome Vittoria,
Vergin Romana, che, narra l'istoria,
Quei disprezzando che si ardea
d'amore,
casta l'alma a Dio serba e casto il
core.
Velenoso dragone pianti e lutti
spargea spietato fra i romani tutti
nessun rimedio v'era a tanto male;
nessun fugar potea l'angue
infernale.
La Verginella, disarmata e sola,
fidando sol di Dio ne la parola,
rinchise il serpe dentro una caverna
e il popol convertì a Fede superna.
Ma non risparmia morte quei ch'è
buono,
a niun l'iniqua d'immortal fa dono.
Nel Ciel, tra il foco, tra l'olio
bollente,
vola al bacio di Dio quell'alma
ardente.
Chi per Vittoria flagravo d'affetto
tristo or le infigge la psada nel
petto,
d'amor cangiato in odio stimolato,
per rendere il suo spirto in Ciel
beato.
Dal Lazio al bel Picen carro
trionfale
recava un giorno il corpo verginale
e al Matenan, col nome, dié
Vittoria
sede regale ed immortal gloria.
Preme or Vulcano il mantice e
Giunone
i dardi appresta per nova tenzone,
rimbomba il suon de' magici
strumenti
ch'alzano i fabbri d'gni parte
intenti
i cuprei vasi a fabbricare e intanto
dai caldi petti si sprigiona un
canto...
giovedì 18 aprile 2013
"Non si quistiona però cosi, che Trebula Mutusca l'onore abbia avuto di ricevere nel suo seno le due sante sorelle Vittoria ed Anatolia, d'essere stata santificata dalla di loro beata conversazione, e del sangue bagnata della prima di esse, che ve lo sparse gloriosamente per la fede nel Salvatore. Nate in Roma erano esse di nobil famiglia, e probabilmente, come alcuni vogliono, da quella notissìma de' Frangipani. Lor malgrado sposate, 1'una cioè Vittoria ad Eugenio, ed Anatolia ad Aurelio, l'impegno, in cui erano di viver caste, siccome a Dio promesso avevano, e la singolar pietà della loro vita, 1'odio le conciliò degli Sposi non solo, ma dello stesso Imperator Decio. Anatolia in questa tribolazione ebbe, non sappiamo come, il comodo di ritirarli, e qua e là scorrendo penetrare colla sua carità in molti luoghi della Sabina, e fin nel Piceno, ove fece preda di anime a Cristo, e molte memorie dovunque lasciò dell'ammirabile di lei zelo. Ma fatto ritorno in Roma, e nell'intrapreso sistema costantemente ambedue le sorelle continuando, furono d'ordine del Preside mandate in luogo di esilio nelle pertinenze, che i respettivi Sposi avevano, Vittoria cioè in Trebula Mutusca, ed Anatolia in Tora. L'esilio, e gli molti incomodi, che vi soffrivano, fino a patire di fame e sete, e delle cose alla vita, non già nobile e delicata, ma comune ed ordinaria le più necessarie, punto non rallentò l'ardore, in cui erano, di vivere solamente a Cristo, e di acquistargli adoratori; perilchè l' accompagnò ancora la Divina Onnipotenza con strepitosi miracoli. Quindi, raccolte avendo Vittoria un gran numero di Vergini a Dio consacrate, e vanamente con replicate prove, e pene tentata, perché abbandonata la Fede e quel suo tenor di vivere, agl'Idoli sacrificasse, le fu nel dì 23 Dicembre ad istanza di Eugenio di lei Sposo, e per comando del Preside, in Trebula stessa crudelmente con un ferro trapassato il petto. Quivi diedero i cristiani suoi devoti onorevole sepoltura alle di lei sagre spoglie, e vi fu poi da Dodone Vescovo di Rieti innalzato un Tempio di concorso e venerazione grande. Anatolia da noi lasciata nel suo esilio di Tora, ed in mezzo ad angustie niente minori di quelle, che (offrire facevansi a Vittoria di lei sorella in Trebula), dello stesso spirito di costanza, e di carità essendo animata, mirabilmente superate avendo diverse pene, che per rimuoverla dal santo impegno preparate le vennero dal Giudice Faustiniano, con ajuto celeste liberata da un orribile serpente, e convertito alla Fede il suo medesimo custode Audace , nel mentre orava colle mani al cielo elevate, trapassata anch'essa nel petto, la seguì nella corona il dì 9. Luglio. Audace nel giorno medesimo preso ed incarcerato, unì ad una gloriosa confezione una beata morte, il suo capo intrepidamente lasciando sul palco per la Fede di Gesù Cristo."
(Sabina Sagra e Profana Antica e Moderna, MDCCXC)
lunedì 26 novembre 2012
LE CAMPANE DI SANTA VITTORIA
"Quand’ero
ragazzo mi dicevano sempre, a casa, che le campane di S. Vittoria
erano le più belle dei dintorni: le più armoniose, le più sonore,
le più possenti.
E
anche le più pronte. Difatti l’annunzio della Vittoria Italiana
nell’altra guerra lo sentimmo prima da lassù: poi un rincorrersi e
un susseguirsi sonoro delle campane degli altri paesi vicini e
lontani, un ondeggiare di suoni, un lietissimo rombare di colle in
colle di villa in villa, come direbbe Leopardi.
Quell’impressione
mi era rimasta nel cuore sempre: quando ebbi la fortuna di venire,
l’estate scorsa per le Feste Centenarie, sentii da vicino rombi e
suoni e canti di campane, l’impressione e il ricordo diventò
certezza.
Sono
le più pronte e le più possenti davvero.
È
giusto che sia così. Come avrebbero potuto altrimenti i monaci
annunziare la potenza della grande Abbazia a tutte le contrade
circostanti? La voce delle campane è voce suadente e potente: è
voce di Dio stesso e si rimescola il cuore a sentirla.
Ma
non era solo la potenza di un’Abbazia, che dominava all’intorno.
Era la potenza e la grandezza di una Santa, di quella che dà il suo
Nome alla Città e ne è Gloria, Palladio e Difesa.
Se
dovessero le campane giungere col suono ove giunge la fama e il culto
di S. Vittoria, ohimé come sembrano piccole!
Io
ho trovato qui nel Lazio il suo culto a Bagnoregio e altrove: vedo i
Monti Sabini e so che non lungi da qui è Farfa, donde partirono i
Monaci a fondare la città e a portare lassù il tesoro delle sue
Reliquie.
S.
Vittoria mi pare vicina: ieri sopra i monti che cingono il Lazio e
l’Umbria, mi mostrarono due punte bianche di neve: erano le cime
del Vettore e del Priora che sovrastano tante altre cime e si vedono
da qui. Non giungerà per caso, mi son detto, anche il suono delle
campane di S. Vittoria?
No,
non vi giunge: ma l’amore alla Santa e il ricordo delle Feste,
della grande devozione del popolo, sono sempre vivi nel mio cuore.
Ringrazio
chi mi ha dato l’occasione e il piacere di parteciparvi: ringrazio
anche a nome di un Parroco delle mie Diocesi, che rimase edificato
nel vedere tante Comunioni, tanta compostezza in Chiesa, tanta folla.
A
Dio piacendo tornerò ancora: la celeste Patrona di quelle nostre
terre ci sia propizia e ci dia molte giovani cristiane davvero,
pronte come Lei a vivere interamente per Gesù Cristo e morire, se è
necessario, per Lui."
Orte
li 5 gennaio 1952
+ Roberto Massimiliani
Vescovo
di Civita C. Orte e Gallese
![]() |
| Fotografie gentilmente concesse dall'amico Dino Antonelli |
martedì 16 ottobre 2012
lunedì 15 ottobre 2012
ORGANO S.AGOSTINO
L'Organo della Chiesa di Sant'Agostino
a Santa Vittoria in Matenano
a Santa Vittoria in Matenano
Anonimo XV sec. -
Berardino Urbani (1603)
Giuseppe Attili (1736-1748) -
Michel Formentelli (2009)
Caratteristiche:
Trasmissione: interamente meccanica.
Somiere principale in noce con 11 registri; piccolo somiere ausiliario ad alimentazione separata per Mi-Re-Do del Principale 16'.
Tre mantici cuneiformi originali collocati nel basamento dell'organo.
Pressione del vento: 59 mm. di colonna d'acqua.
Temperamento: mesotonico modificato, con 5 terze quasi pure: Do-Mi, Fa-La, Sol-Si, Re-Fa#, La-Do#.
Disposizione fonica:
Manuale (45 tasti, Do 1-Do 5, 1a ottavacorta)
Principale 16'
Principale 8'
Ottava 4'
Quintadecima 2'
Decimanona 1 1/3'
Vigesimaseconda 1'
Vigesimasesta 2/3'
Vigesimanona 1/2'
Voce umana (dal Do 2)
Flauto in duodecima (Nazard) 2 2/3'
Cornetta (dal Do 2) 1 3/5'
Pedale (17 tasti, Do 1-Sol# 2, ottava corta)
Accoppiamento permanente con il manuale
Accessori: Tiratutti a manovella (a partire dalla Quintadecima), Usignolo (tirante a sinistra della tastiera)
giovedì 14 giugno 2012
castellum farfense
Nella suggestiva cornice del borgo medievale di S.Vittoria in Matenano si organizza per il quarto anno consecutivo, la festa medievale CASTELLUM FARFENSE a.D. 1236.
Un tuffo nel passato per rivivere insieme due giorni di festeggiamenti; i banchi del mercato lungo la via Perticaria, le botteghe degli artigiani, le locande dove poter gustare le migliori prelibatezze locali. Il tutto allietato da giocolieri e saltimbanchi con le musiche dei BARBARIAN PIPE BAND.
Ed infine al calar della sera, nel Chiostro di Sant'Agostino, prende il via il suggestivo Banchetto dell'abate Oderisio, dove si potrà assaporare pietanze del tempo.
Vi aspettiamo a S.Vittoria!!! 25 e 26 agosto 2012
mercoledì 13 giugno 2012
mercoledì 30 maggio 2012
- Documento dell'Archivio storico comunale di Ripatransone(Supplicationes et memorialia 1621-23) pubblicato da Ginaluigi Spaziani, L'organo ad Ascoli Piceno dal XV al XIX secolo, Grottammare, Stamperia dell'Arancio, 2001, p.98
- Per un organo come quello de S.Francesco della Ripao pure de S.Agostino de Offida .................................................................................... scudi 250
- Per un organo come quello de S.Angelo de Ascoli dico delli Monaci bianchi..............scudi 350
- Per un organo come quello de lo Duomo de Maceratao pure de S.to Agostino de Recanati..............................................................................scudi 800
- Per un organo come quello de lo Duomo d'Ascoli o pure de lo Duomo de Fermo........scudi 1100
- Per un organo come quello de la S.ta Casa de Loreto....................................................scudi 1200
- Per un organo come quello de S.to Agostino da S.ta Vittoria.......................................scudi 1250
- Per un organo come quello de S.Pietro de Gubbio........................................................scudi 1800
- Per un organo come quello de S.Giovanni Laterano de Roma......................................scudi 3500
giovedì 5 aprile 2012
il ritmo di sant'alessio
Tra
i primi documenti letterari del volgare si ricorda il testo
giullaresco nominato il Ritmo Laurenziano che
si fa risalire fra il il 1151 e il 1157, il Ritmo cassinese e
il Ritmo di Sant'Alessio che
risalgono alla fine del XII secolo. Ma tra i più belli è da
ricordare il Cantico di Frate Sole, o Cantico delle creature scritto
da San Francesco intorno al 1225.
Il Ritmo di Sant'Alessio è un componimento strofico narrativo di origine monastica, che venne composto nell'abbazia benedettino-farfense di Santa Vittoria in Matenano da un giullare anonimo ed è databile alla prima metà del secolo XIII. Il componimento, che è formato da 257 versi il cui schema metrico è formato da lasse monorime composte da una serie di ottonari o novenari seguiti da una coppia di endecasillabi, narra solamente la prima metà della leggenda del santo: la nascita, il matrimonio, l'esortazione alla moglie, la fuga a Laodicea, la vita da mendicante.Secondo Bruno Migliorini[1] "Parecchi indizi confermano che l'autore del ritmo era della stessa regione da cui proviene la copia del poemetto, cioè marchigiano" e che "le numerose oscillazioni di forma che si osservano nel testo del ritmo saranno in parte dovute alla copiatura, ma altre è probabile siano mescidanze linguistiche dovute al giullare. Il quale di tanto in tanto adopera qualche verso intero o qualche parola in latino, parecchi latinismi e alcuni gallicismi".
Il Ritmo di Sant'Alessio è un componimento strofico narrativo di origine monastica, che venne composto nell'abbazia benedettino-farfense di Santa Vittoria in Matenano da un giullare anonimo ed è databile alla prima metà del secolo XIII. Il componimento, che è formato da 257 versi il cui schema metrico è formato da lasse monorime composte da una serie di ottonari o novenari seguiti da una coppia di endecasillabi, narra solamente la prima metà della leggenda del santo: la nascita, il matrimonio, l'esortazione alla moglie, la fuga a Laodicea, la vita da mendicante.Secondo Bruno Migliorini[1] "Parecchi indizi confermano che l'autore del ritmo era della stessa regione da cui proviene la copia del poemetto, cioè marchigiano" e che "le numerose oscillazioni di forma che si osservano nel testo del ritmo saranno in parte dovute alla copiatura, ma altre è probabile siano mescidanze linguistiche dovute al giullare. Il quale di tanto in tanto adopera qualche verso intero o qualche parola in latino, parecchi latinismi e alcuni gallicismi".
Dolce,
nova consonanza
facta l'ajo per mastranza;
et ore odite certanza
de qual mo mostre semblanza
per memoria retenanza.
Lu decitore non se cansa;
se·nne avete dubitanza,
mon vo monstra la clara a[manza]
a li dubitanti per privanza,
poi li derisi per usanza.
Tan [ . ] in altitudine et finivi,
co [ . . ] dessi et poi complevi.
Hore movo dico d'Efimiano,
de lu santu patriciu Romano,
como foe perfectu cristiano
et de tuttu Roma foi soldanu;
et poi foe riccu et multu potentissimu
de nobile slatta multu sapientissimu.
Magna dignitate avea
et grande onore possedea,
et patriciatu tenia
et in alta sede sedia,
et injustitia [si] ponia,
ja multu se mn'entremetia;
de tutta Roma si facia
ket amava et ket volia
et avea seco .iij.M. batzileri
ke·ttutti eranu soi fideli cavaleri.
Magnu bo[num] [triu]mpha[alem]
coronam habebat principalem.
Ma, ket era grande male,
una menoanza avea cotale:
ket no avea red nettale
quillu homo spiritale;
set onni die [ . . ]
Et avea .iij. mense adhordinate:
ad honor de Deu deTrinitate
facianu grande caritate.
Vissetava infirmitate
et prosperava in paupertate;
comparava ra [ . . ] te
et judicis necessitate;
orfani per veritate
facianu grande prosperitate;
[ a'vian]nanti tutti dava ospitiu,
et poi lo facia multu gram propitiu.
Tuttu questo adoperava
le [cose] de Deu ordenava.
Issu en astinentia stava
et onne jurnu dejunava;
ad soi possa [si] pregava,
et espressamente enterrogava
quanno ket filiu Deu li dava;
e la molie visi[tava] [chiese]
cui nomen vocabantur Anglaes.
Ammordoe se gianu continendo
e lu servitiu de Deu f[acendo],
la lor vita contenendo,
e·ll'unu e·ll'antru donu attendet;
e·ll'unu e·ll'antru [facia]nu questa prece:
purket Deu lo desse alcuna herede.
Questa prece non fal[lia];
deceano tuttavia:
«Sire Deu, tu nce pia,
la nostra prece a·tteve sia.»
Mai tantu lu pregaru pia,
questu clamore ad Deu salia,
e·ll'unu e·ll'altru ket petia
[tosta]mente lu exaudia.
Hor sempre sia glorificatu
quillu ket li l'àve datu!
Poi [lu] fante foe natu,
Alessiu for prenominatu.
Lu patre ne foe letificatu,
co tutta roma lu parentatu;
et tutta Roma era assai gaudente:
majore letitiane avea la gente.
E lu patre co la mama
lauda Deu ka bonum foe lu 'nditiu
ket fece Christu tantu de propitiu.
Poi lu fante fo crescutu,
a la scola foe transutu;
Deu stal' in atiutu,
quantu vole à provedutu.
Anni .xvij. complutu,
ballamente foe crescutu;
multu è·ssapiu devenutu.
Lu patre, poi ket li fa po [ . ]
como et quale conoscutu,
lauda Deu ka bonu fò lo enditiu
ket li fece Deu tantu de propitiu.
Multu se fae letu lu patritiu
et altru consiliu ce trova citiu;
lu vasu dell'auro britiu
no lo volza lassare sacrifitiu.
Ma Christu Deu a tuttesore
sì li stai custoditore,
ka non le vai per core amore
d'estu mundu traditore
ad quillu gillu, novo flore.
Pemsavali dare lu patre honore
d'estu mundu traditore;
feceli fermare uxore
ket de genere era 'mperatore
Mo·lla dite e scultate,
laonde Deu sempre laudate.
Ma poe ket tantu non potte stare
ke lu voleva puro exorare,
femina li fece fermare
ket em tutta Roma no avea pare.
Mai, quando la geo ad arrare,
quello vo volio recetare.
Fae sì grande laude fare
cket homo no lo potea estimare.
Doe thalomi fecenu adprestare,
ammerdura su levare.
Oveunqua eranu jullare,
tutti currunu per jocare:
cythari cum timpani et sambuci,
tutti giano cantando ad alta voce.
Lu sponsu e la sponsa foro adunati,
in thalamo for levati:
in templo sancti boniphati
loco forne portati.
Li sacerdoti forunu adprestati,
adberoli coronati.
Due corone de auro mundo tennu em capu,
ammerdora li cori de sotta li non capu.
Lu core de Alessiu santu
lo non recepia né tantu
de questo honore ke avea tamantu.
Lu patre co la matre et tutta Roma
cogitavanu cket fosse adfrantu.
Ma de quantu vede
sanctu Alesiu multupocu attende:
altru cogitava ket homo non attende.
Et mo que giva cogitando?
De la molge remaritando
et como et quintu la renuntiando
et ad Cristu la sponsando.
Questa bona cogitata
emtro em core li foe nata.
Poe la messa foe cantata,
grande oratione foe data;
sanctu Alesiu l'à sponsata,
em palatiu ne foe portata.
Lu patritiu abbe adunata,
tutta Roma convitata,
e lu cunventu grande factu era;
ma ki be sedde non se passe due era.
Lu cunventu se finao,
e lu sole tramontao,
e la nocte poi scurao.
Lu patriciu se levao
e lu filiu letamente si clamao,
a la reccla li favellao
et a la molge l'aviao.
Sanctu Alesiu si scultao,
le precepta de lu patre observao;
sacce, mica non morao.
Entro en cammora s'enn·entrao
et po' l'ussu dereto si 'mserrao.
Solu sanctu Alesiu co la molge resta.
Or la prese ad predicare et non dao resta.
Or la comenza ad predicare,
sapiamente ad favellare:
«Donna, voliote pregare:
una cosa te vollio mostrare,
set te lo plaquesse de fare,
estu meu comandu scultare.
Vuolliot'estuanellu dare,
estu balzu addomandare,
astu sudariu ad te lassare.
Pro Deu fàlume deservare.
Emfra me et te Deu ne sia mesu
emfratantu ke·tte sia erkesu.»
O poi ke questu audiu la sponsa çita,
cade em terra et foe stordita:
mae non se adcorgeva de quella gita
net emtemdeva de quella vita
là ove Alesiu [volea]la m[enare],
certo, et non sapia commo se fare.
Ma no, se quella remanea,
ora audtite si·cque facea.
Argentu et auru assai tollea,
quomo et quantu ad lue placea;
gesse fora et via tenea
em quillu ke spena avea.
Qui emcontrava et ki videa
umqua non lu reconosia;
et ergo ad Christu Deu placia
estu viaju ket facia.
Mai la molge non sapia
quomo et quintu sola remanea.
Frate, quanta avea la mente desposata,
quano sola resta la sponsata!
Ma mo, set quella remanea,
sanctu Alesiu non figia;
tutta nocte sì foio
et citu ad mare set ne gio:
quantu volze ket peteo
Deu tuttu li complio:
nave li apprestao, ove sallio
et grande pellagu transio:
et Christi li foe guida et bona etniçia,
ke lu condusse em portu de Lauditia.
Im Lauditia non demora,
geune em Siria em derectura,
là ove·nn'era bella figura,
de Christu Deu statura,
in una ecclesia per ventura
de Regina Mundi cura:
et era una figura in illo domo
ket non era facta ja per mano de homo.
Em quella estesse civitate
loco afflao sta sanctitate,
cui figura et claritate
foe de Christu veritate.
Adhoraola tre fiate
quanto l'era em voluntate.
Et mo, senjuri, or ascultate
quanta mustra bonitate.
Zo ket adbe em proprietate
tutte dede em caretate:
dispersit pauperibus divitia,
in eternum manet sua iustitia.
Et ipsu santu Alesiu se spoliao
multu ricke guarnimenta,
et vestiuse veramente
em figura d'um pezente.
«Quistu mondu m'è fallente,
refutar lo volio presente.»
De la syrica sua resplendente
non plaitava unquamente.
Era questa una civitate de Syria
là 've se spoliò la veste syrica.
Poi ket fò così adubbatu,
de cotale veste armatu,
co li poveri est assemblatu
et pelegrinu est clamatu.
Posqua vai dementicatu
et per lu mundu tapinatu;
ma certe de quantumqua ipsu mendicava,
multu pocu manicava,
tuttu quantu sì lo dava.
Quando giva mendicando,
lu su talentu condonanno,
en grande afflittione stando,
faci ennanti en sancti entrando,
[guiderd]one de Deu spectando:
et tuttavia se giva orando
et ad Deu se pigitanno,
et sempre gia comunicanno,
sicket certo tantu
servio puro et munnu et bellu senza vitio,
ket multu pl[acque] ad Deu lu so servitiu.
facta l'ajo per mastranza;
et ore odite certanza
de qual mo mostre semblanza
per memoria retenanza.
Lu decitore non se cansa;
se·nne avete dubitanza,
mon vo monstra la clara a[manza]
a li dubitanti per privanza,
poi li derisi per usanza.
Tan [ . ] in altitudine et finivi,
co [ . . ] dessi et poi complevi.
Hore movo dico d'Efimiano,
de lu santu patriciu Romano,
como foe perfectu cristiano
et de tuttu Roma foi soldanu;
et poi foe riccu et multu potentissimu
de nobile slatta multu sapientissimu.
Magna dignitate avea
et grande onore possedea,
et patriciatu tenia
et in alta sede sedia,
et injustitia [si] ponia,
ja multu se mn'entremetia;
de tutta Roma si facia
ket amava et ket volia
et avea seco .iij.M. batzileri
ke·ttutti eranu soi fideli cavaleri.
Magnu bo[num] [triu]mpha[alem]
coronam habebat principalem.
Ma, ket era grande male,
una menoanza avea cotale:
ket no avea red nettale
quillu homo spiritale;
set onni die [ . . ]
Et avea .iij. mense adhordinate:
ad honor de Deu deTrinitate
facianu grande caritate.
Vissetava infirmitate
et prosperava in paupertate;
comparava ra [ . . ] te
et judicis necessitate;
orfani per veritate
facianu grande prosperitate;
[ a'vian]nanti tutti dava ospitiu,
et poi lo facia multu gram propitiu.
Tuttu questo adoperava
le [cose] de Deu ordenava.
Issu en astinentia stava
et onne jurnu dejunava;
ad soi possa [si] pregava,
et espressamente enterrogava
quanno ket filiu Deu li dava;
e la molie visi[tava] [chiese]
cui nomen vocabantur Anglaes.
Ammordoe se gianu continendo
e lu servitiu de Deu f[acendo],
la lor vita contenendo,
e·ll'unu e·ll'antru donu attendet;
e·ll'unu e·ll'antru [facia]nu questa prece:
purket Deu lo desse alcuna herede.
Questa prece non fal[lia];
deceano tuttavia:
«Sire Deu, tu nce pia,
la nostra prece a·tteve sia.»
Mai tantu lu pregaru pia,
questu clamore ad Deu salia,
e·ll'unu e·ll'altru ket petia
[tosta]mente lu exaudia.
Hor sempre sia glorificatu
quillu ket li l'àve datu!
Poi [lu] fante foe natu,
Alessiu for prenominatu.
Lu patre ne foe letificatu,
co tutta roma lu parentatu;
et tutta Roma era assai gaudente:
majore letitiane avea la gente.
E lu patre co la mama
lauda Deu ka bonum foe lu 'nditiu
ket fece Christu tantu de propitiu.
Poi lu fante fo crescutu,
a la scola foe transutu;
Deu stal' in atiutu,
quantu vole à provedutu.
Anni .xvij. complutu,
ballamente foe crescutu;
multu è·ssapiu devenutu.
Lu patre, poi ket li fa po [ . ]
como et quale conoscutu,
lauda Deu ka bonu fò lo enditiu
ket li fece Deu tantu de propitiu.
Multu se fae letu lu patritiu
et altru consiliu ce trova citiu;
lu vasu dell'auro britiu
no lo volza lassare sacrifitiu.
Ma Christu Deu a tuttesore
sì li stai custoditore,
ka non le vai per core amore
d'estu mundu traditore
ad quillu gillu, novo flore.
Pemsavali dare lu patre honore
d'estu mundu traditore;
feceli fermare uxore
ket de genere era 'mperatore
Mo·lla dite e scultate,
laonde Deu sempre laudate.
Ma poe ket tantu non potte stare
ke lu voleva puro exorare,
femina li fece fermare
ket em tutta Roma no avea pare.
Mai, quando la geo ad arrare,
quello vo volio recetare.
Fae sì grande laude fare
cket homo no lo potea estimare.
Doe thalomi fecenu adprestare,
ammerdura su levare.
Oveunqua eranu jullare,
tutti currunu per jocare:
cythari cum timpani et sambuci,
tutti giano cantando ad alta voce.
Lu sponsu e la sponsa foro adunati,
in thalamo for levati:
in templo sancti boniphati
loco forne portati.
Li sacerdoti forunu adprestati,
adberoli coronati.
Due corone de auro mundo tennu em capu,
ammerdora li cori de sotta li non capu.
Lu core de Alessiu santu
lo non recepia né tantu
de questo honore ke avea tamantu.
Lu patre co la matre et tutta Roma
cogitavanu cket fosse adfrantu.
Ma de quantu vede
sanctu Alesiu multupocu attende:
altru cogitava ket homo non attende.
Et mo que giva cogitando?
De la molge remaritando
et como et quintu la renuntiando
et ad Cristu la sponsando.
Questa bona cogitata
emtro em core li foe nata.
Poe la messa foe cantata,
grande oratione foe data;
sanctu Alesiu l'à sponsata,
em palatiu ne foe portata.
Lu patritiu abbe adunata,
tutta Roma convitata,
e lu cunventu grande factu era;
ma ki be sedde non se passe due era.
Lu cunventu se finao,
e lu sole tramontao,
e la nocte poi scurao.
Lu patriciu se levao
e lu filiu letamente si clamao,
a la reccla li favellao
et a la molge l'aviao.
Sanctu Alesiu si scultao,
le precepta de lu patre observao;
sacce, mica non morao.
Entro en cammora s'enn·entrao
et po' l'ussu dereto si 'mserrao.
Solu sanctu Alesiu co la molge resta.
Or la prese ad predicare et non dao resta.
Or la comenza ad predicare,
sapiamente ad favellare:
«Donna, voliote pregare:
una cosa te vollio mostrare,
set te lo plaquesse de fare,
estu meu comandu scultare.
Vuolliot'estuanellu dare,
estu balzu addomandare,
astu sudariu ad te lassare.
Pro Deu fàlume deservare.
Emfra me et te Deu ne sia mesu
emfratantu ke·tte sia erkesu.»
O poi ke questu audiu la sponsa çita,
cade em terra et foe stordita:
mae non se adcorgeva de quella gita
net emtemdeva de quella vita
là ove Alesiu [volea]la m[enare],
certo, et non sapia commo se fare.
Ma no, se quella remanea,
ora audtite si·cque facea.
Argentu et auru assai tollea,
quomo et quantu ad lue placea;
gesse fora et via tenea
em quillu ke spena avea.
Qui emcontrava et ki videa
umqua non lu reconosia;
et ergo ad Christu Deu placia
estu viaju ket facia.
Mai la molge non sapia
quomo et quintu sola remanea.
Frate, quanta avea la mente desposata,
quano sola resta la sponsata!
Ma mo, set quella remanea,
sanctu Alesiu non figia;
tutta nocte sì foio
et citu ad mare set ne gio:
quantu volze ket peteo
Deu tuttu li complio:
nave li apprestao, ove sallio
et grande pellagu transio:
et Christi li foe guida et bona etniçia,
ke lu condusse em portu de Lauditia.
Im Lauditia non demora,
geune em Siria em derectura,
là ove·nn'era bella figura,
de Christu Deu statura,
in una ecclesia per ventura
de Regina Mundi cura:
et era una figura in illo domo
ket non era facta ja per mano de homo.
Em quella estesse civitate
loco afflao sta sanctitate,
cui figura et claritate
foe de Christu veritate.
Adhoraola tre fiate
quanto l'era em voluntate.
Et mo, senjuri, or ascultate
quanta mustra bonitate.
Zo ket adbe em proprietate
tutte dede em caretate:
dispersit pauperibus divitia,
in eternum manet sua iustitia.
Et ipsu santu Alesiu se spoliao
multu ricke guarnimenta,
et vestiuse veramente
em figura d'um pezente.
«Quistu mondu m'è fallente,
refutar lo volio presente.»
De la syrica sua resplendente
non plaitava unquamente.
Era questa una civitate de Syria
là 've se spoliò la veste syrica.
Poi ket fò così adubbatu,
de cotale veste armatu,
co li poveri est assemblatu
et pelegrinu est clamatu.
Posqua vai dementicatu
et per lu mundu tapinatu;
ma certe de quantumqua ipsu mendicava,
multu pocu manicava,
tuttu quantu sì lo dava.
Quando giva mendicando,
lu su talentu condonanno,
en grande afflittione stando,
faci ennanti en sancti entrando,
[guiderd]one de Deu spectando:
et tuttavia se giva orando
et ad Deu se pigitanno,
et sempre gia comunicanno,
sicket certo tantu
servio puro et munnu et bellu senza vitio,
ket multu pl[acque] ad Deu lu so servitiu.
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